Prima dell'Alba - Mizuki
Mizuki ed io non ci vedevamo da un mese esatto.
L'ultima immagine che avevo di noi era lei seduta sul mio letto, che mi guardava scuotendo lentamente la testa il giorno prima della mia partenza. Sapevamo entrambi che sarei sparito per settimane, e quel silenzio diceva molto più di qualsiasi promessa.
Nell'attesa di rivederci, il tempo delle ultime settimane passate tra Tripoli e Tunisiy, per lei, pareva essersi dilatato.
Arriva alle 21.15, in ritardo. Indossa un vestito nero, senza maniche. Semplice. Elegante. Bellissima, in modo sconvolgente.
Fa un caldo infernale. La corrente è saltata due volte stasera e l’ellettricita’ arriva con il contagocce del generatore del compound. I condizionatori hanno definitivamente smesso di funzionare. In frigorifero ho una bottiglia di prosecco; sul tavolo un Nebbiolo miracolosamente arrivato attraverso l'ambasciata.
Lei sorride e tira fuori dallo zaino una bottiglia di rum da un litro, passata oltre il confine tunisino durante una prova di evacuazione la settimana precedente.
Le dico che per cena ho preparato linguine al nero di seppia con la bottarga acquistate al duty free di Fiumicino.
Lei quasi grida dalla felicità.
Io, invece, entro nel panico. Qualcuno si è portato via la mia grattugia e non ho idea di come ridurre la bottarga. Alla fine la infilo nel frullatore. Contro ogni aspettativa, il risultato è perfetto.
Mangiamo lentamente.
Parliamo.
Non saprei dire per quante ore restiamo a tavola prima di spostarci sul divano. Prima di passare al gelato, mi dice che non riesce ad esprimere quanto e’ contenta di vedermi. Temeva che dopo un mese mi sarei dimenticato di lei e di come ci eravamo lasciati. Ci spostiamo sul divano. Il rum lo beviamo liscio, senza ghiaccio — che naturalmente non abbiamo — mentre continuiamo a sudare nella casa immobile, senza aria condizionata e con appena un filo di vento fuori.
Prima di sedersi, Mizuki si alza.
Chiude con cura tutte le tende.
Poi gira la chiave nella porta.
Sorride divertita. Dice che non vuole che qualcuno possa vederci. O entrare.
È un gesto minuscolo, ma pieno di significato.
A un certo punto mi dice che quando è con me il tempo sembra smettere di esistere. Che potrebbe passare ore intere semplicemente parlando. Che le sono mancato. Che è felice di sapere che non ripartirò per Milano, la prossima settimana.
Le confesso che avevo rifiutato il viaggio proprio perché volevo restare con lei.
Da lì la conversazione cambia lentamente direzione.
Senza accorgercene finiamo in una specie di seduta di psicanalisi di coppia improvvisata.
Le dico che sto incredibilmente bene con lei. Che il tempo passato insieme, in qualunque modo, per me è già sufficiente. Che conosco il rischio che corre nello stare con me essendo sposata e rappresentando il suo paese, in ambiente angusto, dove la privacy e’ un miraggio nel deserto, dove anche perche’ e’ asiatica ed attraente ha sempre mille occhi addosso e la fatica che fa a vivere sospesa tra due mondi e tra due sfere, quella privata e quella pubblica.
Le dico quanto tutto mi incuriosisce e mi affascina di lei.
Le dico che qualsiasi decisione prenderà sarà la sua, e che io la rispetterò. Aspetterò. Qualunque essa sia.
Lei resta in silenzio.
Poi dice una cosa che non mi aspettavo.
«Non credo che tu faccia sul serio.»
Quelle parole mi colpiscono più di quanto immaginassi.
Le rispondo che mi offendono, perché non saprei cos'altro fare per dimostrarle quello che provo.
Mi guarda.
«E se poi ci innamoriamo davvero? Se tra un anno, o anche prima, dovessimo separarci?»
Poi mi chiede se sarei disposto ad andare a vivere a Tokyo.
Io le rispondo, quasi senza pensarci, che forse sarebbe più bello convincere lei a trasferirsi a Roma, all'Ambasciata giapponese, o magari al Consolato di Milano.
Sorride.
«Potrei farlo.»
Passa qualche altro istante.
Poi, con una naturalezza quasi disarmante, dice:
«Se facciamo l'amore... è perché vogliamo fare sul serio.»
La guardo negli occhi.
«Sì.»
È tutto quello che riesco a dire.
Poco dopo si avvicina lentamente.
Quasi scivola su di me.
Si siede sulle mie gambe ma tiene lo sguardo rivolto altrove.
Le sfioro il viso.
«Guardami.»
Lei alza gli occhi.
Ci baciamo.
Lentamente.
Come se avessimo aspettato quel momento per settimane.
La bacio sul collo, dietro le orecchie, le accarezzo la schiena. Lei segue ogni mio gesto con una dolcezza che non ha nulla di esitante.
A un certo punto il modo in cui mi cerca diventa quasi una richiesta silenziosa.
La prendo in braccio e la porto in camera.
La adagio sul letto.
Per ore restiamo semplicemente vicini.
Ci baciamo.
Ci sfioriamo.
Ci scopriamo con una lentezza quasi irreale.
Non voglio forzare nulla. Ho la sensazione che, ancora una volta, mi stia affidando qualcosa di prezioso. E io sono disposto ad aspettare tutto il tempo necessario.
Forse è proprio questo il segnale più forte.
Siamo quasi completamente sobri.
Non c'è l'impulsività dell'alcol.
Solo noi.
A un certo punto Mizuki si addormenta.
Le dico che metterò la sveglia alle 5.30 perché so che non vuole essere vista mentre rientra a casa dalla milizia o da chi ha accesso alle mille telecamere del compound, il nostro onnipresente misterioso grande fratello. Tra l’altro casa sua e’ attaccata alla stazione CIA. Qui ogni dettaglio sembra uscito da un romanzo di spionaggio, e invece è semplicemente la realtà in cui viviamo.
Ci svegliamo entrambi prima della sveglia.
La stanza è ancora immersa nella penombra.
Lei si avvicina di nuovo.
Mi cerca.
Mi confessa che avrebbe voluto lasciarsi andare già la sera prima, ma che ha il ciclo.
Non ne sono sorpreso. L'avevo intuito fin dal momento in cui, sollevandole per la prima volta il vestito, avevo intravisto l'assorbente affiorare appena dai bordi degli slip. Così avevo continuato a sfiorarla con delicatezza, cercando comunque di assecondare il suo desiderio e di regalarle piacere, seguendo lentamente il ritmo del suo corpo.
Le bacio il petto, lentamente. Lei chiude gli occhi. Ogni tanto lascia sfuggire un sospiro appena percettibile, senza mai perdere quella compostezza e delicatezza che riesce a mantenere anche quando trasuda piacere ed orgasmo da ogni poro.
Poi succede qualcosa che aspettavo da quello che sembra un tempo infinito.
Con infinita delicatezza mi slaccia i pantaloni.
È un gesto semplicissimo.
Eppure sembra richiedere un'eternità.
Mi sfiora con una curiosità tenera, quasi timida.
Mi dice che è la prima volta che si trova così vicina a un uomo che non sia giapponese e non riesce a nascondere il suo piacere quando lentamente mi aiuta a rimuovere le mutande.
Io le sussurro quanto la desideri.
Lei, senza distogliere lo sguardo, mi risponde che lo desidera anche lei.
Quando finalmente guardiamo l'orologio sono già le sei e mezza.
Le dico che dovrebbe andare.
Lei, invece, resta immobile.
Sorride.
«Non voglio smettere. Sto troppo bene.»
Ride.
Poi mi guarda.
«Non vedo l'ora che sia di nuovo stasera per rivederti.»
Le prometto di prepararle una carbonara con il guanciale che sono riuscito a far passare ai controlli dell'aeroporto di Tripoli (e’ vietato introdurre qualsiasi derivato del maiale). Le ricordo che potremmo aprire il nebbiolo che non avevamo aperto la sera prima.
Mizuki mi mette un braccio intorno al collo, mi tira a se e mi bacia, mentre mi guarda ci perdiamo nei rispettivi occhi.
« Spero che stasera non ci sia più nulla da rimandare... vorrei davvero che stasera fosse il nostro momento.»
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